Esiste un’immagine che Tom Gilb usa e non riesco più a togliermi dalla testa.
Il manager di fabbrica ottimizza l’output. Misura i pezzi prodotti per ora, riduce gli sprechi, standardizza i processi. Ma ottimizzare le attività non è la stessa cosa che ottenere risultati. La fabbrica è una macchina, e le macchine si ottimizzano.
Il contadino fa qualcosa di radicalmente diverso. Non produce il grano: crea le condizioni perché il grano cresca. Prepara il terreno, protegge le piante, gestisce l’irrigazione. Sa che ci vuole tempo. Sa che non può forzare la crescita: può solo non impedirla.
Le organizzazioni, dice Gilb, vengono gestite troppo spesso come fabbriche. Si ottimizza la produzione nel breve termine. Si crea efficienza. Si elimina la ridondanza.
E si distrugge la resilienza.
Le monoculture sono efficienti. Ma quando arriva un parassita, crollano tutte insieme. La diversità (biologica e organizzativa) è lenta e “inefficiente”. Ma è quello che sopravvive.
L’alternativa non è l’anarchia. È gestire l’organizzazione come un sistema adattivo: con obiettivi chiari (Gilb parla di “value masters”, persone focalizzate sul valore reale per gli stakeholder, non sulla conformità al processo), cicli di feedback brevi, e la volontà di misurare ciò che conta davvero.
Il problema con l’Agile standardizzato è che spesso viene adottato come fabbrica: Scrum ceremonies standardizzate, velocity come metrica di produzione, sprint come catena di montaggio bi-settimanale.
Il mindset del contadino è diverso: cosa sto nutrendo qui? Cosa sta crescendo? E cosa sta impedendo la crescita che non riesco ancora a vedere?
La tua organizzazione è una fabbrica che ottimizza, o un sistema che apprende?