Chi voglio essere? La domanda che i momenti di crisi portano alla luce

Quando qualcosa di importante cade (il lavoro, il ruolo, il titolo) la prima reazione è cercare immediatamente il prossimo passo.

Aggiornare il CV. Mandare messaggi su LinkedIn. Fare networking. Trovare la prossima cosa da fare.

Victoria Foster, executive coach, dice che questo riflesso, per quanto comprensibile, è esattamente il problema. La ricerca dell’International Coaching Federation conferma che le transizioni di ruolo più riuscite iniziano da una revisione dell’identità, non dalla ricerca della posizione successiva.

Le persone saltano direttamente al fare senza fermarsi a chiedersi chi vogliono essere. E questo ha conseguenze: si finisce per replicare la stessa identità in un contesto diverso, invece di usare il momento di discontinuità per scegliere deliberatamente.

Il punto è che molti di noi si definiscono attraverso il ruolo. Non attraverso i propri valori, le proprie capacità, le cose che creano impatto vero. Attraverso il titolo, l’azienda, la funzione.

Quando quel titolo sparisce (per un licenziamento, una ristrutturazione, una scelta personale) non rimane solo la perdita del lavoro. Rimane un vuoto d’identità.

E in quel vuoto, la domanda che Foster insegna a fare è semplice e profonda: Chi voglio essere?

Non cosa voglio fare. Non dove voglio andare. Chi. Una domanda simile la pone chiunque cerchi di costruire una visione a lungo termine per sé o per il proprio team.

Questa domanda, se presa sul serio, riordina le priorità. Alcune cose che sembravano urgenti smettono di esserlo. Alcune cose che sembravano secondarie diventano centrali.

Il coaching a cui credo lavora esattamente in questo spazio: non aiutare le persone a trovare il prossimo step, ma a capire da dove vogliono partire e chi vogliono diventare nel percorso.

Staccando il tuo nome dal tuo ruolo attuale: chi saresti? Cosa rimarrebbe?


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