Eddie Howe ha preso il Newcastle United quando era ultimo in Premier League e lo ha trasformato in una squadra che sogna l’Europa.
In una conversazione con Jake Humphrey, a un certo punto si ferma e dice qualcosa che mi ha colpito: “Io credo che tutti intorno ai giocatori (lo staff tecnico, i fisioterapisti, i magazzinieri) possano influenzare il loro mindset. Che noi possiamo aiutare a creare un’atmosfera che duri oltre il giorno.”
E poi arriva la domanda: “E chi allena te, Gareth?”
Silenzio.
È la domanda che nessun leader vuole sentirsi fare, e che tutti avrebbero bisogno di sentire.
C’è un’ironia strutturale nella leadership: più sali, meno feedback ricevi. I collaboratori smettono di dirti cosa non va. Chi viene davvero ascoltato nel tuo team è spesso anche chi porta il feedback più scomodo. I pari ti osservano ma raramente ti sfidano. I superiori (quando ci sono) hanno meno tempo per guardarti da vicino.
E tu, nel frattempo, continui a crescere nella posizione ma non necessariamente come persona.
Il leader che non ha qualcuno che lo allena tende a ripetere i propri pattern all’infinito. La crisi energetica del leader inizia spesso proprio da lì. A fare le stesse riunioni nello stesso modo. A evitare le stesse conversazioni difficili. A difendere le stesse convinzioni che magari funzionavano dieci anni fa.
Howe dice un’altra cosa che vale la pena tenere: durante i tornei intensi, ha imparato a darsi mezz’ora al giorno solo per sé. Non per lavorare: per ricaricarsi. Perché un introvert che guida un team ad alta intensità ha bisogno di spazio, o si esaurisce.
Sa che cos’è. Lo gestisce. Non ne fa un segreto.
Quella consapevolezza (“so come funziono, e mi prendo cura di questo”) è una delle qualità più rare e più potenti in un leader.
Chi ti stà allenando in questo momento? E se la risposta è “nessuno”: cosa stai aspettando?
