Leonardo da Vinci è stato criticato per tutta la vita per non finire le cose.
Michael Gelb (che gli ha dedicato un libro e decenni di studio) lo difende in modo inaspettato: Leonardo non stava cercando di finire. Stava cercando la perfezione. E non competeva con Michelangelo. Competeva con Dio.
Da questo punto di vista, il “difetto” di Leonardo diventa una scelta filosofica. E la sua incostanza diventa qualcosa di radicalmente diverso: la disponibilità a lasciare andare un lavoro quando ha smesso di insegnargli qualcosa.
C’è una frase che Gelb cita e che mi è rimasta: “Il genio di solito lavora meglio quando lavora meno.” Non pigrizia: spazio mentale. Distanza creativa. Il tempo necessario perché le connessioni si formino senza forzatura.
E poi c’è l’altra citazione, quella che descrive le persone ordinarie: “Guardano senza vedere. Mangiano senza assaporare. Respirano senza sentire i profumi. Parlano senza pensare.”
Leonardo faceva il contrario in tutto. Osservava con un’attenzione quasi maniacale. Disegnava le mani, i cavalli, le nuvole, il moto dell’acqua, non per arte, ma per capire come funzionavano.
Per un leader, questo è il vero insegnamento: non diventare poliedrico per diventare interessante. Diventare poliedrico perché tutto si connette con tutto.
Le scoperte più potenti (nelle organizzazioni come nella scienza) avvengono dove discipline diverse si incontrano. Il team che non vedi porta spesso esattamente quella diversità disciplinare. Il leader che conosce solo il suo settore vede solo le soluzioni che il suo settore ha già immaginato. La crisi energetica del leader spesso nasce da questo: loop chiusi, senza innesti dall’esterno.
Cosa stai guardando senza vedere, nelle persone del tuo team, nei processi, in te stesso?