C’è una frase nel racconto di Michael Jordan che mi è rimasta impressa.
“I grandi giocatori vogliono che il coach dica loro la verità ogni giorno.”
Non i complimenti. Non la motivazione. La verità.
Jordan ha costruito la sua grandezza su un principio semplice e scomodo: se non sai cosa non funziona, non puoi migliorarlo. L’adulazione, per quanto piacevole, è il nemico del miglioramento.
Il paradosso è che più sei bravo, più è difficile trovare qualcuno che ti dica la verità. I collaboratori si autocensurano. I pari non vogliono conflitti. I superiori hanno smesso di guardarti da vicino. E tu, nel frattempo, continui a migliorare nel tuo loop, senza sapere cosa stai perdendo.
Jordan aveva un’altra qualità che vale la pena notare: sapeva ascoltare. In un’era in cui l’ego degli atleti professionisti era leggendario, Jordan ascoltava il coach. Non perché fosse umile per natura, ma perché aveva capito che chi viene davvero ascoltato ha un vantaggio competitivo reale.
Per un leader, questo apre due domande difficili.
La prima: chi nella tua vita ti dice la verità, quella che non vuoi necessariamente sentire? Se la risposta è “nessuno” o “quasi nessuno”, stai operando senza feedback reale.
La seconda: stai dicendo la verità alle persone che alleni? O stai ammorbidendo i feedback per evitare il disagio di una conversazione difficile?
I grandi giocatori vogliono la verità. Sono gli allenatori, e i leader, che spesso hanno paura di darla. È la stessa storia che cambia un team: non la versione edulcorata, ma quella vera.
Chi ti dice la verità nel tuo lavoro? E tu, la dici?
Radical Candor](https://www.radicalcandor.com), approfondisce lo stesso principio nel contesto aziendale: “The Life” (2023)