Tasha Eurich ha messo in un foglio Excel tutte le pratiche di resilienza che conosceva.
Meditazione. Journaling. Esercizio. Connessioni sociali. Sonno. Le faceva tutte. Le tracciava. Le ottimizzava.
E continuava a stare peggio.
Durante il COVID, la sua salute fisica si deteriorava. Dolori cronici. Fatica. E, nonostante tutte le pratiche, ansia, stress, depressione crescenti.
La domanda che si è posta dopo mesi di questo ha cambiato la direzione della sua ricerca: e se il problema non fossi io? E se il problema fosse la definizione di resilienza?
Resilienza significa rimbalzare indietro dopo un colpo. Tornare allo stato precedente. Ma cosa succede quando lo stato precedente non era abbastanza buono? Quando rimbalzare indietro significa tornare a qualcosa che non funzionava già prima?
La risposta che ha trovato è quello che chiama “shatterproof” (infrangibile). Tasha Eurich ha costruito questo framework incrociando ricerca sulla self-awareness con evidenze cliniche sulla gestione del trauma e dell’identità sotto pressione. Non significa non rompersi mai. Significa che quando ti rompi, le crepe non diventano un collasso.
La differenza non è nella quantità di pratiche di benessere. È in tre cose diverse: la capacità di trovare significato anche nel caos (non solo nonostante il caos), la costruzione di sistemi di supporto reali (non solo reti di contatti), e la volontà di rivedere l’identità quando le circostanze cambiano.
Questa è la distinzione che molte organizzazioni faticano a fare. Investono in programmi di resilienza (yoga aziendale, mindfulness, wellbeing coaching) e poi si aspettano che le persone rimbalzino indietro a team sempre più carichi, processi sempre più veloci, cambiamenti sempre più frequenti.
Il rimbalzo non è sempre la risposta giusta. A volte serve trasformarsi.
Cosa stai cercando di fare “rimbalzare” nella tua vita o nel tuo team, quando forse quello che serve è una trasformazione?