Chi viene ascoltato nel tuo team?

Nelle organizzazioni si pensa che le buone idee emergano per merito. Ma bias e inclusione nella leadership funzionano in modo diverso: l’argomento più convincente non sempre vince. L’intuizione più originale non sempre trova spazio. L’expertise non sempre parla da sola.

Non è così.

Una ricerca pubblicata su Harvard Business Review nel marzo 2026 racconta un dato che dovrebbe togliere il sonno a ogni leader: analizzando più di 5.000 TED Talk in inglese, i ricercatori hanno scoperto che chi parla con un accento non nativo riceve sistematicamente meno engagement: meno visualizzazioni, meno condivisioni, meno like. A parità di contenuto, di expertise, di qualità della presentazione.

Non è il cosa che determina chi viene ascoltato. È il come suona.

Il meccanismo è insidioso perché è inconscio.

I ricercatori hanno verificato: nessuno “decide” di ignorare chi ha un accento diverso. Succede automaticamente. Un accento non familiare aumenta lo sforzo cognitivo di ascolto: il cervello deve lavorare di più per processare il messaggio. Questo sforzo in più riduce la percezione di calore e competenza dello speaker. Non per malizia. Per neurologia.

Il risultato è che le idee migliori non sempre vincono. Vincono le idee che suonano più familiari.

In un team globale, dove la diversità di accenti, culture e background è la norma, questo bias silenzioso distorce chi viene promosso, chi viene citato, chi viene considerato “leader material”. È un filtro invisibile (di cui ho scritto anche in Il team che non vedi) che nessuno ha installato consapevolmente, ma che funziona 24 ore al giorno.

L’accento è solo la punta dell’iceberg.

Pete Foley scrive di un’esperienza che molti leader riconosceranno: una collega che cerca candidati per un team di innovazione tecnologica e il suo primo criterio è “cerco un Gen Z”. Sembra ragionevole, no? I nativi digitali. Ma è uno stereotipo generazionale che rischia di escludere candidati eccellenti che non rientrano in quella categoria.

Gli stereotipi e le categorizzazioni sono il modo in cui il cervello gestisce la complessità. Con 35.000 decisioni al giorno, il cervello ha bisogno di scorciatoie. E queste scorciatoie funzionano, quando riguardano grandi gruppi. Ma quando le applichiamo agli individui, diventano trappole.

Foley lo sintetizza perfettamente: gli stereotipi sono utili per disegnare una linea di abbigliamento (le differenze medie di taglia tra uomini e donne contano). Sono pericolosi per decidere chi assumere (perché la variabilità individuale è enorme).

Il leader che seleziona, promuove e ascolta basandosi su scorciatoie (generazionali, di genere, culturali, di accento) non è cattivo. È umano. Ma sta costruendo un team a sua immagine, non il team migliore possibile.

Bias e inclusione nella leadership: 3 strutture pratiche

Cosa fa un buon allenatore quando si accorge che la panchina è più forte di quello che pensava?

Cambia le regole del gioco. Non aspetta che i giocatori invisibili si facciano notare da soli: crea le condizioni perché tutti possano giocare.

Nel contesto del team, questo significa costruire strutture che compensano i bias:

Fai circolare i materiali prima delle riunioni. Quando le persone leggono le idee prima di sentirle, l’accento non conta. Usa proposte scritte e anonime per le decisioni importanti. Se una persona riassume i contributi di tutti con una voce comune, le idee vengono giudicate per quello che sono, non per come suonano. E il gesto più semplice: nella prossima riunione, nota chi non ha parlato. Poi chiedi esplicitamente il suo punto di vista. A volte basta creare lo spazio.

Da dove si inizia. Nella prossima riunione del tuo team, fai un esercizio silenzioso: conta chi parla e quanto. Nota chi non parla mai. Nota chi viene interrotto. Nota a chi vengono attribuite le idee migliori.

Poi chiediti: le idee che emergono sono le migliori, o le più familiari?

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