C’era di tutto ieri a Roma e fra quel tutto un gruppo più o meno nutrito e organizzato che ha messo a ferro e fuoco la città di Roma e le speranze di una manifestazione pacifica.

In realtà vanno distinti sempre, i pochi (dai 300 ai 3000 a seconda delle fonti) violenti dai veri manifestanti.

Lo slogan che mi lascia più perplesso è quello per cui ”non si vuole pagare il debito”, visto anche in qualche striscione in giro. Il nostro sistema economico ha qualcosa di certamente “non sostenibile” ma, appunto, richiede una presa di responsabilità e non slogan che richiamino il contrario. Per rendere efficaci gli sforzi di ieri bisogna rimboccarsi le mani e lavorare per il cambiamento oltre che puntare solo il dito.

Condivido pienamente l’analisi fatta da  Mario Calabresi sul giornale da lui diretto, che così si conclude:

Una sola speranza ci resta ed è legata a quei giovani che non ascoltano, che si tappano le orecchie di fronte ai discorsi improntati al pessimismo e che nel loro cuore sognano e sperano. Ce ne sono ben più di quanto si possa immaginare e molti erano in piazza ieri: li abbiamo visti battere le mani a polizia e carabinieri, li abbiamo visti provare a cacciare dal corteo gli incappucciati, li abbiamo visti piangere di rabbia. Ragazzi, il futuro è vostro se imparate subito a rifiutare la violenza, a non tollerarla mai, a isolare chi la predica e la mette in atto, a denunciarla il giorno prima e non quando ormai il corteo è partito. Il futuro esiste se ve lo costruite con speranza e tenacia e se non ve lo fate scippare da chi non crede in nulla.

La speranza è proprio in quelli che ci credono e si muovono per cambiare e non per distruggere.